E’ possibile un giudizio equanime su Mario Monti?
E’ possibile un giudizio equanime su Mario Monti, due volte commissario dell’Unione europea, oggi presidente dell’Università Bocconi di Milano, fresco di nomina a senatore a vita e ufficiosamente candidato a guidare un ipotetico governo tecnico dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi? L’autorevolezza di Monti è fuori discussione. A economisti e analisti abbiamo chiesto cosa pensano dell’ipotesi di un governo tecnico, se credano al fatto che il prof. bocconiano rischi di essere condizionato dai cosiddetti “poteri forti”. Leggi l'intervista a Claudio Sardo, direttore dell'Unità “Monti è un’eccezione possibile, le elezioni sono la regola” - Leggi Elezioni sì, no, boh. Di Pietro, Vendola, Bersani alla prova del governo
11 AGO 20

E’ possibile un giudizio equanime su Mario Monti, due volte commissario dell’Unione europea, oggi presidente dell’Università Bocconi di Milano, fresco di nomina a senatore a vita e ufficiosamente candidato a guidare un ipotetico governo tecnico dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi? L’autorevolezza di Monti è fuori discussione. A economisti e analisti abbiamo chiesto cosa pensano dell’ipotesi di un governo tecnico, se credano al fatto che il prof. bocconiano rischi di essere condizionato dai cosiddetti “poteri forti” e soprattutto se in prospettiva sia più l’uomo dello sviluppo e della crescita o piuttosto l’uomo dell'austerity e della patrimoniale.
Carlo Calenda, dg Interporto Campano, uno degli animatori di ItaliaFutura: “E’ evidente che la necessità di ricorrere a governi tecnici segnala l’esistenza di un’anomalia nel funzionamento di un sistema politico. Un’anomalia che però nasce, tra le altre cose, dall’incapacità manifesta della politica di rispondere ai problemi reali del paese. Se la scelta è quella tra un governo tecnico e uno politico, scelgo quello politico senza esitazione. Ma se la scelta è tra il default e un governo tecnico, mi pare allora che non ci sia proprio corsa. Quanto ai ‘poteri forti’, ho l’impressione che in Italia di poteri forti ce ne siano pochi e che comunque siano molto poco coordinati tra di loro, altrimenti non saremmo giunti a questa situazione. Mario Monti poi è una personalità che ha saputo opporsi a poteri fortissimi, dalla Microsoft a battaglie antiche sul sistema bancario, non ci sono ragioni per mettere in discussione la sua indipendenza. Monti è l’uomo della concorrenza, che è esattamente la medicina che ci vuole per le malattie italiane. Porterà avanti un’agenda liberale che potrà forse anche prevedere uno spostamento del carico fiscale dal lavoro e dalla produzione, alle rendite e ai patrimoni. Personalmente ritengo che questa sarebbe una strada giusta che va nella direzione della crescita”.
Antonio Martino, economista e deputato Pdl: “Sono amico di Mario Monti da oltre quarant’anni: nel 1976 mi privò del piacere di essere il più giovane economista in cattedra (vincemmo lo stesso concorso, ma lui ha tre mesi meno di me) e nel 1994 ebbi la responsabilità di fare il suo nome come commissario europeo. Gode di diffuso e meritato prestigio, ma non è mai stato eletto da nessuno. Non vedo perché dovremmo sottrarre agli elettori quella sovranità che la nostra Costituzione attribuisce loro. Monti ha occupato cariche importanti sia nel mondo bancario (Banca Commerciale) sia in quello industriale (consiglio di amministrazione della Fiat) e non c’è alcun dubbio che sia molto amato dall’establishment, dalla gente che conta. I suoi articoli, non frequentissimi, sono pubblicati dal Corriere in prima pagina. Non c’è niente di male in tutto questo, ma non costituisce una credenziale democratica e solleva dubbi sui limiti che le sue conoscenze potrebbero imporre alla sua indipendenza. Non credo sia portato per riforme innovative, è fin troppo politicamente corretto e non solo nel linguaggio. Inoltre temo che il periodo trascorso a Bruxelles lo abbia fortemente influenzato e temo pertanto che non farebbe mai qualcosa che potesse spiacere agli eurocrati o all’asse franco-tedesco”.
Sergio Cesaratto, docente di Economia all’Università di Siena: “Speriamo che non avalli una deriva per cui la politica economica, monetaria e di bilancio, verrà progressivamente espropriata da Bruxelles. Anzi, auspico che il senatore Monti si batta perché la Bce diventi da banca straniera a banca dei popoli (e dei bilanci) europei e respinga politiche di bilancio decise dall’Europa invece che dei Parlamenti. E’ molto probabile che Monti sia legato agli ambienti che contano, ma ha certamente una statura intellettuale propria e sa bene cosa vuol dire essere servitore dell’interesse collettivo. Del resto Berlusconi era egli stesso un potere forte, e abbiamo troppo a lungo accettato che interessi privati interferissero di persona col governo della cosa pubblica, cosa che ci appare ben peggiore. Dovrebbe proporre la stabilizzazione (non la riduzione) del rapporto debito pubblico/pil e politiche europee di sostegno della domanda, specie nei paesi forti. In questo modo il nostro paese avrebbe risorse e contesto per poter crescere”.
Ernesto Auci, già direttore del Sole 24 Ore e fondatore di Firstonline: “Non credo alla tesi per cui con l’arrivo di Mario Monti alla guida del governo assisteremmo a una sospensione della democrazia. Si tratterebbe pur sempre di un governo appoggiato dal Parlamento. Il problema è che le forze politiche si sono incartate e non riescono a gestire i cambiamenti necessari. Per riprendere la via dello sviluppo non esiste l’alternativa tra rigore e crescita. Solo il risanamento, e quindi la riduzione del settore pubblico che ormai si è espanso a dismisura e influenza le scelte dei partiti, genera sviluppo. In questa fase tutti dovranno rinunciare a qualcosa, ma i sacrifici potrebbero non essere così gravosi come si tende a dire. Comunque, prima di imporre una imposta patrimoniale ai contribuenti, lo stato la patrimoniale se la dovrebbe fare da solo, attraverso privatizzazioni massicce”.
Nicola Porro, vicedirettore del Giornale: “Il governo Monti, se nasce, sarà come un’aspirina. Potrà dare un sollievo immediato, ma è difficile che riesca a curare il male dalla sua radice. Per farlo occorre un governo politico, superpolitico. I governi tecnici sono per definizione una finzione: devono la loro sopravvivenza a Parlamenti che non hanno alcuna intenzione di fare ciò che davvero si deve fare e si mascherano dietro figure al di sopra di ogni sospetto. Come innegabilmente è Monti. Io non credo, per formazione, ai poteri forti. Credo ancora nella grande forza della mano invisibile e della catallassi. Monti fa parte di quella tecnocrazia che sa il fatto suo, ma che non si confronta con il voto popolare. Il punto è chi voterà in questo Parlamento le riforme impopolari sul mercato del lavoro, sulle professioni, sulle pensioni, sulle privatizzazioni. L’Italia quasi al completo ha votato contro il nucleare, l’acqua trasportata dai privati, con l’accordo di quasi tutta la classe politica. Monti purtroppo farà la riforma più popolare di questi tempi: aumentare le tasse. La chiameranno patrimoniale, ma il risultato finale sarà più risorse allo stato e meno ai privati. Altro che liberalizzazioni. Pronto a ricredermi, e ad applaudire Monti se riuscirà a resistere alle sirene della popolarità”.
Emiliano Brancaccio, economista all’Università del Sannio: “Il rischio tecnocratico esiste. La cosa ironica è che un ulteriore restringimento degli spazi di esercizio della democrazia potrebbe accelerare la crisi della zona euro anziché scongiurarla. Crediamo davvero che si possa restare nella zona euro a colpi di governi ‘tecnici’ orientati ai tagli alla spesa e a una eventuale, ulteriore competizione salariale? E’ una pia illusione. Queste politiche non farebbero altro che accentuare la deflazione da debiti nella quale l’intera Europa è già immersa fino al collo. In Europa è in atto una contesa tra capitali forti, situati nelle aree centrali del continente, e capitali deboli, situati in Italia e nelle altre periferie. Questa disputa potrebbe a un certo punto tradursi in un’ondata di acquisizioni estere da parte dei primi sui secondi. Monti si è sempre dichiarato un convinto “liberoscambista”. Egli potrebbe quindi risultare favorevole o comunque non ostile a questo processo. Non solo: sia la politica di austerity che le cosiddette riforme strutturali si basano sull’idea peregrina che il peso del riequilibrio della zona euro debba essere caricato tutto sulle spalle dei paesi periferici. Questa contraddizione è insita nell’agenda Ue e nella lettera della Bce. Bisognerebbe dirlo con chiarezza”.
Francesco Forte, editorialista del Foglio, già ministro delle Finanze: “In Grecia occorreva aggiungere il centrodestra alla sinistra per risolvere i problemi in modo conforme all’economia di mercato. In Italia c’è l’impossibilità per la sinistra di farlo e il Pdl da solo non ha i voti per riuscirvi. Quindi il presidente della Repubblica ha fatto di necessità virtù, aggiungendo l’espediente di fare Monti senatore a vita per attenuare la natura ‘tecnica’ del governo e per rincuorare l’agnello sacrificale. Inoltre in Italia c’è una teoria ‘azionista’ della politica come governo degli esperti. Monti non è un uomo dei poteri forti, tanto è vero che da commissario europeo ha dato una maxi multa all’americana Microsoft. E’ invece molto vicino, culturalmente, al mondo bancario. Si tratta di un segnale per i mercati che sta a lui usare imparzialmente. Infine sarà lui a scegliere tra austerity e sviluppo, ma penso che potrà solo attenuare i problemi che rimarranno tutti per chi verrà dopo e che solo una data maggioranza politica può risolvere”.
Giuseppe Pennisi, economista dell’Università europea di Roma e consigliere Cnel: “I governi tecnici non sono mai salutari per la democrazia, specialmente in un’unione di stati sovrani in cui la struttura tecnica par excellence – la Commissione europea – tende a volere essere considerata un organo politico. Inoltre i governi tecnici raramente hanno dato buona prova nel coniugare stabilità finanziaria e crescita economica, in Italia e altrove. Detto questo, Monti ha fatto parte di cda di grandi realtà industriali e finanziarie. Molte di esse, però, oggi non sono più ‘forti’. In un contesto europeo e atlantico appaiono piccole e deboli. Crescita o austerity? Quale che sia la caratteristica del futuro governo, le misure strutturali per il risanamento e lo sviluppo sono in gran misura indicate nella ‘richiesta di chiarimenti’ che l’Ue ha, come è prassi, concordato con il Fmi”.
Riccardo Realfonzo, ordinario all’Università del Sannio, assessore al bilancio del comune di Napoli: “La strada maestra resta quella delle elezioni, anche per far passare le politiche economiche suggerite dalla Bce al vaglio della legittimazione popolare. Per questo invece il governo tecnico è un rischio. Certo, Monti è figura indipendente, ma la sua impostazione culturale e il suo pur altissimo profilo sono del tutto in linea con la visione tecnocratica dell’Ue (quella di Maastricht, della Bce e del Patto di stabilità), ovvero una visione monetarista e che intende ridurre lo spazio dell’intervento pubblico nell’economia. Monti cercherebbe sì di essere l’uomo della crescita, ma a suon di liberalizzazioni del mercato e rigore fiscale. Invece a noi servirebbero politiche industriali e investimenti, magari anche finanziate da una imposta patrimoniale”.
Carlo Calenda, dg Interporto Campano, uno degli animatori di ItaliaFutura: “E’ evidente che la necessità di ricorrere a governi tecnici segnala l’esistenza di un’anomalia nel funzionamento di un sistema politico. Un’anomalia che però nasce, tra le altre cose, dall’incapacità manifesta della politica di rispondere ai problemi reali del paese. Se la scelta è quella tra un governo tecnico e uno politico, scelgo quello politico senza esitazione. Ma se la scelta è tra il default e un governo tecnico, mi pare allora che non ci sia proprio corsa. Quanto ai ‘poteri forti’, ho l’impressione che in Italia di poteri forti ce ne siano pochi e che comunque siano molto poco coordinati tra di loro, altrimenti non saremmo giunti a questa situazione. Mario Monti poi è una personalità che ha saputo opporsi a poteri fortissimi, dalla Microsoft a battaglie antiche sul sistema bancario, non ci sono ragioni per mettere in discussione la sua indipendenza. Monti è l’uomo della concorrenza, che è esattamente la medicina che ci vuole per le malattie italiane. Porterà avanti un’agenda liberale che potrà forse anche prevedere uno spostamento del carico fiscale dal lavoro e dalla produzione, alle rendite e ai patrimoni. Personalmente ritengo che questa sarebbe una strada giusta che va nella direzione della crescita”.
Antonio Martino, economista e deputato Pdl: “Sono amico di Mario Monti da oltre quarant’anni: nel 1976 mi privò del piacere di essere il più giovane economista in cattedra (vincemmo lo stesso concorso, ma lui ha tre mesi meno di me) e nel 1994 ebbi la responsabilità di fare il suo nome come commissario europeo. Gode di diffuso e meritato prestigio, ma non è mai stato eletto da nessuno. Non vedo perché dovremmo sottrarre agli elettori quella sovranità che la nostra Costituzione attribuisce loro. Monti ha occupato cariche importanti sia nel mondo bancario (Banca Commerciale) sia in quello industriale (consiglio di amministrazione della Fiat) e non c’è alcun dubbio che sia molto amato dall’establishment, dalla gente che conta. I suoi articoli, non frequentissimi, sono pubblicati dal Corriere in prima pagina. Non c’è niente di male in tutto questo, ma non costituisce una credenziale democratica e solleva dubbi sui limiti che le sue conoscenze potrebbero imporre alla sua indipendenza. Non credo sia portato per riforme innovative, è fin troppo politicamente corretto e non solo nel linguaggio. Inoltre temo che il periodo trascorso a Bruxelles lo abbia fortemente influenzato e temo pertanto che non farebbe mai qualcosa che potesse spiacere agli eurocrati o all’asse franco-tedesco”.
Sergio Cesaratto, docente di Economia all’Università di Siena: “Speriamo che non avalli una deriva per cui la politica economica, monetaria e di bilancio, verrà progressivamente espropriata da Bruxelles. Anzi, auspico che il senatore Monti si batta perché la Bce diventi da banca straniera a banca dei popoli (e dei bilanci) europei e respinga politiche di bilancio decise dall’Europa invece che dei Parlamenti. E’ molto probabile che Monti sia legato agli ambienti che contano, ma ha certamente una statura intellettuale propria e sa bene cosa vuol dire essere servitore dell’interesse collettivo. Del resto Berlusconi era egli stesso un potere forte, e abbiamo troppo a lungo accettato che interessi privati interferissero di persona col governo della cosa pubblica, cosa che ci appare ben peggiore. Dovrebbe proporre la stabilizzazione (non la riduzione) del rapporto debito pubblico/pil e politiche europee di sostegno della domanda, specie nei paesi forti. In questo modo il nostro paese avrebbe risorse e contesto per poter crescere”.
Ernesto Auci, già direttore del Sole 24 Ore e fondatore di Firstonline: “Non credo alla tesi per cui con l’arrivo di Mario Monti alla guida del governo assisteremmo a una sospensione della democrazia. Si tratterebbe pur sempre di un governo appoggiato dal Parlamento. Il problema è che le forze politiche si sono incartate e non riescono a gestire i cambiamenti necessari. Per riprendere la via dello sviluppo non esiste l’alternativa tra rigore e crescita. Solo il risanamento, e quindi la riduzione del settore pubblico che ormai si è espanso a dismisura e influenza le scelte dei partiti, genera sviluppo. In questa fase tutti dovranno rinunciare a qualcosa, ma i sacrifici potrebbero non essere così gravosi come si tende a dire. Comunque, prima di imporre una imposta patrimoniale ai contribuenti, lo stato la patrimoniale se la dovrebbe fare da solo, attraverso privatizzazioni massicce”.
Nicola Porro, vicedirettore del Giornale: “Il governo Monti, se nasce, sarà come un’aspirina. Potrà dare un sollievo immediato, ma è difficile che riesca a curare il male dalla sua radice. Per farlo occorre un governo politico, superpolitico. I governi tecnici sono per definizione una finzione: devono la loro sopravvivenza a Parlamenti che non hanno alcuna intenzione di fare ciò che davvero si deve fare e si mascherano dietro figure al di sopra di ogni sospetto. Come innegabilmente è Monti. Io non credo, per formazione, ai poteri forti. Credo ancora nella grande forza della mano invisibile e della catallassi. Monti fa parte di quella tecnocrazia che sa il fatto suo, ma che non si confronta con il voto popolare. Il punto è chi voterà in questo Parlamento le riforme impopolari sul mercato del lavoro, sulle professioni, sulle pensioni, sulle privatizzazioni. L’Italia quasi al completo ha votato contro il nucleare, l’acqua trasportata dai privati, con l’accordo di quasi tutta la classe politica. Monti purtroppo farà la riforma più popolare di questi tempi: aumentare le tasse. La chiameranno patrimoniale, ma il risultato finale sarà più risorse allo stato e meno ai privati. Altro che liberalizzazioni. Pronto a ricredermi, e ad applaudire Monti se riuscirà a resistere alle sirene della popolarità”.
Emiliano Brancaccio, economista all’Università del Sannio: “Il rischio tecnocratico esiste. La cosa ironica è che un ulteriore restringimento degli spazi di esercizio della democrazia potrebbe accelerare la crisi della zona euro anziché scongiurarla. Crediamo davvero che si possa restare nella zona euro a colpi di governi ‘tecnici’ orientati ai tagli alla spesa e a una eventuale, ulteriore competizione salariale? E’ una pia illusione. Queste politiche non farebbero altro che accentuare la deflazione da debiti nella quale l’intera Europa è già immersa fino al collo. In Europa è in atto una contesa tra capitali forti, situati nelle aree centrali del continente, e capitali deboli, situati in Italia e nelle altre periferie. Questa disputa potrebbe a un certo punto tradursi in un’ondata di acquisizioni estere da parte dei primi sui secondi. Monti si è sempre dichiarato un convinto “liberoscambista”. Egli potrebbe quindi risultare favorevole o comunque non ostile a questo processo. Non solo: sia la politica di austerity che le cosiddette riforme strutturali si basano sull’idea peregrina che il peso del riequilibrio della zona euro debba essere caricato tutto sulle spalle dei paesi periferici. Questa contraddizione è insita nell’agenda Ue e nella lettera della Bce. Bisognerebbe dirlo con chiarezza”.
Francesco Forte, editorialista del Foglio, già ministro delle Finanze: “In Grecia occorreva aggiungere il centrodestra alla sinistra per risolvere i problemi in modo conforme all’economia di mercato. In Italia c’è l’impossibilità per la sinistra di farlo e il Pdl da solo non ha i voti per riuscirvi. Quindi il presidente della Repubblica ha fatto di necessità virtù, aggiungendo l’espediente di fare Monti senatore a vita per attenuare la natura ‘tecnica’ del governo e per rincuorare l’agnello sacrificale. Inoltre in Italia c’è una teoria ‘azionista’ della politica come governo degli esperti. Monti non è un uomo dei poteri forti, tanto è vero che da commissario europeo ha dato una maxi multa all’americana Microsoft. E’ invece molto vicino, culturalmente, al mondo bancario. Si tratta di un segnale per i mercati che sta a lui usare imparzialmente. Infine sarà lui a scegliere tra austerity e sviluppo, ma penso che potrà solo attenuare i problemi che rimarranno tutti per chi verrà dopo e che solo una data maggioranza politica può risolvere”.
Giuseppe Pennisi, economista dell’Università europea di Roma e consigliere Cnel: “I governi tecnici non sono mai salutari per la democrazia, specialmente in un’unione di stati sovrani in cui la struttura tecnica par excellence – la Commissione europea – tende a volere essere considerata un organo politico. Inoltre i governi tecnici raramente hanno dato buona prova nel coniugare stabilità finanziaria e crescita economica, in Italia e altrove. Detto questo, Monti ha fatto parte di cda di grandi realtà industriali e finanziarie. Molte di esse, però, oggi non sono più ‘forti’. In un contesto europeo e atlantico appaiono piccole e deboli. Crescita o austerity? Quale che sia la caratteristica del futuro governo, le misure strutturali per il risanamento e lo sviluppo sono in gran misura indicate nella ‘richiesta di chiarimenti’ che l’Ue ha, come è prassi, concordato con il Fmi”.
Riccardo Realfonzo, ordinario all’Università del Sannio, assessore al bilancio del comune di Napoli: “La strada maestra resta quella delle elezioni, anche per far passare le politiche economiche suggerite dalla Bce al vaglio della legittimazione popolare. Per questo invece il governo tecnico è un rischio. Certo, Monti è figura indipendente, ma la sua impostazione culturale e il suo pur altissimo profilo sono del tutto in linea con la visione tecnocratica dell’Ue (quella di Maastricht, della Bce e del Patto di stabilità), ovvero una visione monetarista e che intende ridurre lo spazio dell’intervento pubblico nell’economia. Monti cercherebbe sì di essere l’uomo della crescita, ma a suon di liberalizzazioni del mercato e rigore fiscale. Invece a noi servirebbero politiche industriali e investimenti, magari anche finanziate da una imposta patrimoniale”.
Leggi l'intervista a Claudio Sardo, direttore dell'Unità “Monti è un’eccezione possibile, le elezioni sono la regola” - Leggi Elezioni sì, no, boh. Di Pietro, Vendola, Bersani alla prova del governo